Franciscus: ottocento immagini, un solo sguardo

Si sale al Convento di San Matteo, tra i monti del Gargano, con l’idea di vedere una mostra. Si scende con la sensazione di aver sfogliato cinquecento anni di storia, un santino alla volta.

Entri in una biblioteca di convento aspettandoti silenzio e carta, e invece trovi una folla di Francesco. Tanti, tutti diversi, tutti con lo stesso saio. Sono le stampe, i santini e le medaglie della mostra Franciscus: 800 immagini per 800 anni, nella Biblioteca “Padre Antonio Fania” del Santuario di San Matteo, a San Marco in Lamis.
Non è una mostra da capolavoro unico. È una mostra da pazienza: ti fermi davanti a un’immagine, poi a quella dopo, poi torni indietro a confrontarle. Da una vetrina all’altra cambia il segno, cambia la faccia, cambia perfino l’età che gli danno. A volte Francesco ha il volto di un giovane dolce, a volte è un asceta scavato. Ogni epoca ha ritagliato il suo Francesco, e a me sembrava di guardare una cosa sola: i secoli che si guardano allo specchio.
Poi ho cominciato a notare una presenza fissa. In molti santini, vicino a lui, c’era sempre un teschio.


Il santino che mi ha fermata?
È un’incisione francese, con il titolo St. François Séraphique sotto l’ovale. Francesco è visto di profilo, con l’aureola leggera. Ha una mano sul petto e l’altra aperta, con il segno della ferita. Intorno corre una cornice fitta di rose, rami e grani di rosario. Sembra fatto per stare in un libro di preghiere, e probabilmente lo era.
Ma il mio occhio è andato in basso a sinistra. Lì, in ombra, c’è il teschio.
La cosa che mi ha colpita è che Francesco non lo guarda. Gli occhi vanno altrove, in alto, verso dei raggi di luce. La morte è lì, a un palmo di distanza, e lui guarda oltre. Mi è venuto da pensare a due persone sedute sulla stessa panchina: una guarda il cielo, l’altra sta zitta accanto a lei.
Perché?
Ho fatto la domanda a Fra Stefano, il curatore.
Io, per conto mio, ci vedo tre cose, e te le dico come le sento.
La prima è che il teschio è un linguaggio. Per secoli chi ha fatto immagini sacre ha usato la testa di morto come promemoria: tutto passa, anche tu. Francesco era l’uomo perfetto per portarlo in scena, perché lui aveva già lasciato andare tutto prima che la vita gliel’avesse tolto.
La seconda è che il santino viaggia. Non sta in una chiesa, sta in una tasca, in un libro, sul comodino. Pensa a quanta gente si è addormentata per generazioni con quell’immagine vicino, senza spavento, perché lì la morte ha la faccia familiare di chi è stato un amico.
La terza è la più mia. Francesco nel Cantico chiama la morte sorella. Non nemica, non carnefice. Sorella. E secondo me il teschio accanto a lui, che non viene guardato con terrore, è proprio quella parola messa in figura. Qualcuno che ti sta accanto, che prima o poi ti accompagnerà, e con cui è meglio fare pace da vivi.
Perché andarci
Perché oggi la morte la teniamo lontana, fuori dallo sguardo, e in quelle vetrine c’è un uomo che la tiene vicino e riesce comunque a guardare in alto. Perché l’ingresso è libero. Perché il convento, già da solo, merita la strada.
La mostra resta aperta fino al 31 gennaio 2027. Andateci, e quando trovate il vostro santino con il teschio, guardate bene dove guarda lui.

Una risposta a “Franciscus: ottocento immagini, un solo sguardo”

  1. Avatar wwayne

    Questo splendido post sarà l’ultima cosa che leggerò prima di andare a dormire. Non avrei potuto chiudere la giornata in modo migliore.

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