La giusta distanza

L’autrice Lucia Coco ed io

Ieri sera fa ho partecipato alla presentazione del libro “Ci sei per me?” di Lucia Coco, moderato da Carla Bonfitto di Pagine d’autore, con il patrocinio del Comune di San Marco in Lamis.

Tra le pagine dei miei appunti sono rimaste parole come fragilità, legame, ascolto, ferite d’attaccamento — e una domanda che, in fondo, attraversa ogni coppia: ci sei davvero per me? Da quegli appunti è nato questo piccolo racconto, un modo per restituire in una storia ciò che quell’incontro mi ha lasciato addosso.

Mary arrivò tardi in sala, come sempre. Si sedette in ultima fila, il cappotto ancora addosso, e osservò la donna al tavolo dei relatori sistemare le pagine del suo libro con un gesto lento, quasi rituale.

Lucia Coco e Carla Bonfitto

“Ci sei per me?” Era il titolo, ma per Mary suonava come una domanda rivolta direttamente a lei.

Pensò a John. A quanto tempo era passato dall’ultima volta che si erano guardati negli occhi senza che uno dei due stesse già pensando a qualcos’altro — al lavoro, ai figli, alla lista della spesa. Ricordava i primi due anni, quando tutto di lui le sembrava perfetto, quando dormire vicini bastava a sentirsi al sicuro. Non c’erano confini allora. Erano un corpo solo, due porcospini che si stringevano nel freddo senza sentire gli aculei.

Poi gli aculei erano arrivati. Come arrivano sempre.

La scrittrice raccontava ora del gruppo che aveva seguito per anni, coppie in crisi, mani strette sotto tavoli di legno consumato. Diceva che dietro ogni litigio su chi doveva portare fuori la spazzatura, su chi aveva dimenticato il compleanno di chi, si nascondeva sempre la stessa domanda, muta, urgente: *ci sei davvero per me?*

Mary pensò alla sera prima. Aveva pianto in cucina, e John era rimasto in salotto a guardare la televisione, non per cattiveria ma per non sapere cosa fare di quel pianto. Non l’aveva sentita, o forse sì, ma non si era fermato a chiedere. Non aveva aspettato la risposta.

*L’ascolto emotivo richiede tempo*, diceva la scrittrice. *Richiede il coraggio di fermarsi, chiedere come stai, e restare lì, anche quando la risposta fa male.*

Mary ripensò a quella sera di tre anni prima, quando aveva perso il lavoro e John, invece di abbracciarla, le aveva chiesto cosa avrebbero fatto per i soldi. Una ferita piccola, forse, ma le ferite d’attaccamento non hanno bisogno di essere grandi. Bastano i momenti in cui l’altro non c’è, quando dovrebbe esserci.

“Tradire,” disse la scrittrice, “non significa solo infedeltà. Significa venire meno a un patto. Consegnare l’altro al nemico — anche solo per un istante, anche solo con l’indifferenza.”

Una donna in prima fila si asciugò gli occhi. Un uomo accanto a lei le prese la mano, senza dire nulla. Forse era la prima volta in mesi che si toccavano davvero.

Mary guardò il telefono. Un messaggio di John: *A che ora torni? Ti ho tenuto la cena in caldo.*

Non era una frase importante. Ma era lì, in quelle poche parole, un tentativo. Una riparazione piccola, imperfetta, umana.

La scrittrice concludeva parlando dell’empatia come scelta, non come dono automatico — la fatica di restare in contatto con le emozioni dell’altro senza esserne travolti, di guardare negli occhi di chi si ama e vedere il proprio stesso dolore riflesso.

Fuori, l’aria di settembre era già fresca. Mary si strinse nel cappotto e camminò verso casa, verso John, verso la cena tenuta in caldo. Non sapeva se sarebbe bastato. Ma per la prima volta da settimane, decise che avrebbe fermato lei, stasera, a chiedergli come stava. E che avrebbe aspettato la risposta.

Anche a costo di sentire tutta la sua impotenza.

Anche a costo di restare, semplicemente, ferma davanti a lui.

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