
C’è un cielo color inchiostro che si stende sopra il Gargano, e sotto quel cielo, da qualche settimana, c’è una stanza piena di tavole, vinili e carta ingiallita che raccontano una vita intera. Non una vita qualsiasi: la vita di un ragazzo che a tredici anni camminava per le strade di San Severo senza sapere che, un giorno, sarebbe diventato il segno più riconoscibile del fumetto italiano. Quel ragazzo si chiamava Andrea Pazienza. Quella terra è la stessa che, ancora oggi, attraversiamo noi.
Lo dico con un coinvolgimento che raramente mi concedo quando scrivo: io e Andrea condividiamo due appartenenze che per me contano molto. Siamo entrambi pugliesi. E come lui, anche io ho studiato al DAMS di Bologna — gli stessi corridoi, le stesse aule dove negli anni Settanta nacque Pentothal, dove un ragazzo del Gargano scoprì che il fumetto poteva essere letteratura, pittura, rabbia politica e confessione, tutto insieme, sulla stessa tavola. Raccontare questa mostra, allora, non è per me un semplice esercizio di cronaca. È un modo per chiudere un cerchio.
Settant’anni, un mito che non smette di crescere
Andrea Pazienza è nato il 23 maggio 1956 e se n’è andato troppo presto, il 16 giugno 1988, a Montepulciano, a soli trentadue anni. Da allora la sua leggenda non ha fatto che ingrandirsi. C’è chi lo racconta come il genio assoluto che a vent’anni aveva già riscritto le regole del disegno italiano. C’è chi, ancora oggi, si ferma alla parola “eroina” e lo archivia come un talento bruciato. La verità — quella vera, quella che restituisce dignità a un artista — è che Pazienza è stato entrambe le cose insieme, senza sconti, senza censure. Lo ha raccontato lui stesso, meglio di chiunque altro, in Pompeo: l’autoritratto più crudo e più sincero che un autore abbia mai osato fare di sé stesso.
Da Pentothal a Zanardi, dai ritratti di Pertini fino alle copertine per il cinema e per la musica, Pazienza non si è mai lasciato chiudere in un solo linguaggio. Ha disegnato come si respira: senza calcolo, senza paura.

Perché andare a vederla (e perché non potete perdervela)
Ed è qui che la mostra alla Biblioteca Francescana Provinciale del Santuario di San Matteo Apostolo, a San Marco in Lamis, diventa qualcosa di speciale. Inaugurata il 15 giugno scorso, non è una semplice raccolta di pannelli: è un piccolo museo del tempo, dove ogni oggetto è una porta che si apre su un pezzo della vita di Paz.

Ci sono le tavole originali, con la grana della carta e l’inchiostro che ancora sembra fresco. Ci sono i libri e i fumetti che hanno attraversato generazioni di lettori. E poi, la parte che più mi ha fatto venire la pelle d’oca: i vinili. Le copertine disegnate per la PFM, per Roberto Vecchioni, per Amedeo Minghi — la prova tangibile di quanto la mano di Pazienza abbia toccato anche la colonna sonora di un’epoca intera, non solo le sue pagine. E ancora, l’omaggio a Fellini e a Caravaggio: due maestri che Paz portava dentro come riferimenti segreti, due modi diversi di guardare il corpo, la luce, la messa in scena.

Visitarla significa entrare in un mondo fantasioso, coloratissimo, a tratti dolente — esattamente come lo era lui. Significa vedere con i propri occhi che dietro un mito ci sono sempre una mano, una matita, una vita vissuta fino in fondo. E significa farlo qui, in Puglia, nella terra che lo ha visto bambino prima che il mondo lo scoprisse genio.
La colonna sonora di Paz
Prima di entrare, mettetevi le cuffie. La mano che ha disegnato Pentothal e Zanardi ha attraversato anche i solchi dei vinili, e quei dischi raccontano la stessa storia con un linguaggio diverso.
C’è “Passpartù” della PFM, la prima copertina che Pazienza firmò per un disco, nel 1978: un trip onirico, ancora acerbo, ancora innamorato del segno. C’è “Robinson” di Roberto Vecchioni, l’anno dopo, con quel pavone in copertina che sembra uscito da un sogno tropicale e dentro, tra le tracce, “Signor Giudice (Un signore così così)”. E c’è “Cuori di pace” di Amedeo Minghi, dove la matita di Paz si lascia attraversare da un immaginario fantascientifico, quasi alla Blade Runner.
Lasciate andare questi brani in sottofondo mentre guardate le tavole: capirete subito perché chi lo conosceva diceva che Andrea non disegnava le copertine, le abitava.
Un varco aperto fino a Ferragosto
Non c’è bisogno di aspettare l’occasione perfetta: la porta è già spalancata, e lo resterà fino al 15 agosto, proprio nelle settimane in cui il Gargano si riempie di gente in cerca di refrigerio e di bellezza. Basta varcare la soglia della Biblioteca Francescana Provinciale del Santuario di San Matteo Apostolo, a San Marco in Lamis, durante gli orari di apertura: l’ingresso è libero, senza biglietti, senza prenotazioni, senza scuse buone per rimandare.
Dentro, ad aspettarvi, ci sono tavole originali, libri, fumetti, stampe e dischi di una collezione privata che ha il sapore di un diario ritrovato. Ci si entra con il caldo dell’estate ancora sulla pelle, e si esce — ve lo posso garantire — con qualcosa di diverso negli occhi: quel modo un po’ acceso, un po’ malinconico, con cui Paz ha sempre guardato il mondo.
Andateci prima che finisca l’estate. Restateci dentro per un po’, senza fretta. E quando uscirete, alzate lo sguardo sul cielo del Gargano: è lo stesso che, settant’anni fa, ha visto nascere un genio.
Ci vediamo lì.

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